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In 4 parole: mentalità di un campione
Titolo originale: “The Mamba Mentality: Il Mio Basket”
Autore: Kobe Bryant
Nel corso della sua carriera, Kobe Bryant ha lasciato un segno indelebile in molti appassionati di basket e non solo. La sua prematura scomparsa ha lasciato senza parole un intero mondo, che si era ormai abituato alla sua figura di spicco dentro e fuori dal campo. A qualche mese di distanza, voglio dedicare questo articolo alla sua memoria e agli insegnamenti che mi ha trasmesso. Ritengo dunque che il modo migliore di farlo sia parlare di quella che è riconosciuta come la sua più grande eredità: la Mamba Mentality.
Vincenti si diventa
Spesso si tende a pensare che la vittoria sia innata in pochissimi eletti o predestinati. Il solo talento, tuttavia, non è sufficiente: al di là di una necessaria dose di predisposizione, l’esempio di Kobe mostra che l’enorme differenza tra un campione e un talento sprecato è la fame di vittoria.
“Provavo una fame bruciante, una smania inestinguibile di migliorare e di primeggiare”
Kobe non dà spazio a mezzi termini. Per primeggiare in un mondo estremamente competitivo come l’NBA (National Basketball Association), devi farti un gran c***: imparare velocemente e faticare più degli altri sono strumenti necessari per raggiungere il successo e i propri obiettivi. E se questo significa essere in palestra da quando è ancora buio a quando è già buio, poco male.
I dettagli fanno la differenza
Il Principio di Pareto1 afferma che circa il 20% delle cause provoca l’80% degli effetti. Tradotto nella vita di tutti i giorni, ciò equivale a dire che il 20% dello sforzo genera l’80% dei risultati. Ma se vuoi eccellere, devi essere disposto a fare di tutto (e di più) per ottenere quel 20% rimanente. Allenarsi dunque non basta: l’abilità di leggere il gioco di Kobe derivava da mille dettagli, come lo studio incessante e meticoloso effettuato sui filmati di vecchie partite. Trovo particolarmente interessante ciò che dice a proposito del passaggio dalla semplice visione delle azioni di gioco all’immaginazione:
“Con il tempo […] ho iniziato a cercare quello che mancava. […] Alla fine lo studio dei filmati diventò un esercizio per immaginare le alternative, le contromosse, le opzioni, tutti i minimi dettagli per cui certe azioni funzionano e altre no.”
Una questione di testa
Chi pratica un qualunque sport agonistico lo sa bene: per dare il meglio di sé, spesso la testa è molto più importante del corpo. A tal proposito, Kobe afferma:
“Il segreto […] è essere consapevoli delle emozioni che si provano e di quelle che si dovrebbero provare”
Ansia, stress, paura: ogni emozione negativa deve confluire nella determinazione. Conoscere le proprie emozioni e saperle gestire è dunque fondamentale per ottenere il massimo da se stessi.
Voglia di imparare
Nel brano “La Mia Parte Intollerante“, dal testo quanto strano tanto significativo, Caparezza recita: “[…] Detesto il cliché dell’uomo che non deve chiedere mai, dato che se non chiedi non sai […]”. La citazione è una critica ad uno spot degli anni ’90, riguardante un profumo dedicato proprio all’uomo “che non deve chiedere mai”. Riguardo a questo luogo comune, Kobe la pensa allo stesso modo: attribuisce infatti una buona parte della sua crescita esponenziale alle continue domande effettuate a giocatori più esperti, allenatori, compagni di squadra. Il desiderio di migliorarsi basta e avanza per dare un bell’affondo alla timidezza di esporsi:
“Ho sempre preferito rischiare l’imbarazzo del momento invece di dovermi vergognare poi, per aver perso un Titolo”
Routine e approccio
La carriera di Kobe è stata più volte interrotta da infortuni più o meni gravi, tra cui:
- una caviglia distorta (2000, 22 anni)
- la rottura di un indice (2009, 31 anni)
- la rottura del tendine d’Achille (2013, 35 anni).
Per superare questi infortuni, compatibilmente con l’età che avanzava, Kobe cambiò la sua routine, ma non il suo approccio. La determinazione di tornare a vincere, infatti, gli consentì di adattarsi ed evolvere se stesso e il suo gioco. Per rimettere a posto la caviglia passò un’estate a seguire lezioni di tip-tap; per il dito, invece, imparò a rilasciare il pallone con il medio anziché con l’indice (e ciò non gli impedì di vincere un altro titolo). A 35 anni riuscì a riprendersi anche dalla rottura del tendine, e continuò a giocare ai massimi livelli fino a 38.
In conclusione: la Mamba Mentality
“La mentalità non riguarda un risultato da prefiggersi, quanto piuttosto il processo che conduce a quel risultato. Riguarda il percorso e l’approccio. […] Quando qualcuno afferma di sentirsi ispirato da queste parole, capisco che è valsa la pena di impegnarmi così tanto, di sudare e di svegliarmi alle tre del mattino. Ecco perché ho scritto questo libro.”
Note
Non avendo mai giocato a basket, ho deciso di non parlare della seconda parte del libro, dedicata alle tecniche di gioco e all’analisi di compagni e avversari con cui si trovò a giocare.
Vorrei fare infine un ultimo commento su questo libro. Ne venni a conoscenza quando uscì nel 2018, grazie a un video di consigli di lettura realizzato da Marco Montemagno, imprenditore digitale diventato famoso grazie ai suoi video su Facebook e Youtube. Ritengo che ciò mostri quanto la Mamba Mentality non si limiti al basket, bensì trascenda lo sport per parlare a chiunque. La determinazione e la voglia di successo di Kobe hanno avuto un impatto fortissimo su milioni di persone, me compreso. Nel mio piccolo, ho voluto scrivere questo articolo per esprimere la mia gratitudine a Kobe e far conoscere a più persone possibile la sua figura già leggendaria.
- Vilfredo Pareto (1848-1923) fu un ingegnere, economista e sociologo italiano. I contributi delle sue teorie in economia, matematica e statistica (tra cui il noto Principio) sono tuttora fondamentali e largamente utilizzati in tali discipline.
Una opinione su "Bookstop #2: The Mamba Mentality"