Effetto Farfalla e Social Dilemma: Cosa ho Imparato in un Mese Senza Social

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In 4 parole: social o non social?

Quando ho intrapreso questa sfida a inizio febbraio ero convinto che avrei provato delle sensazioni nuove e interessanti; tuttavia, non mi sarei mai aspettato che questo mese di “””solitudine””” avrebbe provocato un risvolto così significativo.

Introduzione

Per tenere traccia dell’evolversi di questo esperimento ho utilizzato una sorta di diario personale, in cui ogni giorno scrivevo un appunto sui miei pensieri e sulle sensazioni provocate dall’assenza da Instagram e Facebook. Col passare dei giorni, a partire dagli appunti ho individuato in particolare due aspetti che hanno caratterizzato questa sfida, orientati sulle seguenti domande:

  1. quali conseguenze ha avuto il fatto di non utilizzare i social?;
  2. sono io che uso i social o il contrario?

A queste domande ho dedicato le prime due sezioni dell’articolo, seguite dalla conclusione. In seguito ho pensato di riportare gli appunti che ogni giorno mi venivano in mente riguardo questa sfida: pur essendo per forza di cose frammentari, infatti, credo che possano essere interessanti soprattutto poiché non sono filtrati “col senno di poi”. Infine, come al solito, alcune note che ho separato dal testo per non appesantirlo. L’articolo risulta quindi diviso in cinque sezioni: sentiti libero di passare da una all’altra cliccando sui link qui sotto!

  1. Parte Prima: L’Effetto Farfalla
  2. Parte Seconda: The Social Dilemma
  3. Conclusione
  4. Appunti
  5. Note

Parte Prima: L’Effetto Farfalla

Uno dei possibili andamenti del moto di un sistema dinamico è il cosiddetto “caos deterministico”. Una volta fissate le condizioni iniziali, l’evoluzione nel tempo di un sistema di questo tipo è sì determinata univocamente, tuttavia è anche caotica, poiché un’infinitesima variazione di tali condizioni provoca variazioni esponenziali sul comportamento futuro del sistema: ad esempio, un semplice battito d’ali di una farfalla in Brasile potrebbe causare uno spostamento di molecole che provocherebbe un uragano in Texas1. Chiaramente non usare i social soltanto per un mese non ha provocato un uragano nella mia vita; però ha formato una brezza, che in futuro potrebbe davvero evolversi in modo esponenziale. Ecco alcuni esempi:

  • In una ventina di giorni ho terminato il mio primo ebook, leggendolo semplicemente nei momenti morti al posto di scrollare la home di Instagram. Se riuscissi a mantenere questa abitudine, quanti libri in più potrei leggere? E che vantaggio enorme potrei trarne?
  • Per la prima volta da tanto tempo ho provato una sensazione di noia particolare: non quella provocata da qualcosa che non interessa, ma quella che nasce quando non abbiamo davvero niente da fare. In un primo momento sono rimasto un po’ spiazzato, ma presto ho compreso che anche questo aspetto può avere dei risvolti positivi: non avere nulla da fare costringe a pensare, e grazie a ciò, ad esempio, ho avuto diverse idee su questo e altri articoli che ho intenzione di scrivere.
  • Distogliere l’attenzione da cosa fanno gli altri mi ha permesso di ascoltare il corpo e concentrarmi di più sulle sensazioni: ad esempio durante l’esercizio fisico, in cui sfruttavo le pause per curiosare sui social, ho iniziato a prestare molta più attenzione allo sforzo dei singoli muscoli. Grazie a ciò, ho compreso meglio cosa intendeva Arnold Schwarzenegger con le seguenti parole: “Ho realizzato che potevo usare gli allenamenti come forma di meditazione, perché mi focalizzo molto su ogni singolo muscolo. Ho tutta la mente nel bicipite quando eseguo i curl. O nei pettorali quando sono alla panca”.2

La curva esponenziale cresce in modo estremamente rapido. Dunque una piccola variazione all’inizio può provocare grandi conseguenze in seguito!

Ma non ci sono solo aspetti positivi. Ad esempio, forse per sopperire alla carenza di dopamina3, il fatto di non avere a disposizione Instagram e Facebook mi ha spinto ad utilizzare di più Youtube (che uso solo per guardare video, motivo per cui non l’ho incluso nella lista dei social). Il problema di Youtube è che si basa sul modello rabbit hole (lett. tana del coniglio), che in italiano corrisponde più o meno al concetto di tunnel: quando l’algoritmo individua un genere di video che ci interessa, inizia a proporne a migliaia in modo da tenerci incollati il più a lungo possibile alla piattaforma. In linea di principio, se il genere di video che guardiamo è di tipo informativo o “culturale” (qualunque cosa ciò voglia dire) ciò può non essere un male, e finora ho sempre cercato di prestare attenzione ai vari “rabbit hole” in cui rischiavo di finire. Tuttavia una cosa mi ha stupito in particolare, ovvero il fatto che per la prima volta ho iniziato a cliccare sui video della home page a caso, a prescindere dal fatto che li potessi trovare interessanti o utili. Quando dopo pochi minuti sono comparsi i primi video di gattini e koala, ho capito che la situazione era più tragica del previsto e necessitava di un intervento rapido.

Un altro episodio degno di nota è il fatto che una notte ho sognato di perdere la sfida che avevo intrapreso. Non sono certo uno psicologo e non so se questo è stato provocato più dal ruolo che i social hanno sul subconscio o dal fatto che non sopporto fallire un obiettivo che mi sono prefissato. In ogni caso, questo mi ha fatto aprire gli occhi su un aspetto a cui non avevo mai dato tanto peso: i social possono avere una grandissima influenza sul mio comportamento, e la cosa peggiore è che ciò non è sotto il mio controllo.

Parte Seconda: The Social Dilemma

I due episodi precedenti mi hanno dato molto da pensare, ma ad essi se ne aggiunge un terzo che mi ha lasciato davvero senza parole, e lo descriverò in breve. Il punto di partenza è questo: non essere più sottoposto alla pubblicità di Instagram e Facebook mi ha spinto a notarla molto di più altrove (TV, Youtube, siti Internet, insegne di negozi e ristoranti, cartelli pubblicitari in strada). La giustificazione che mi sono dato è questa: credevo di saper ignorare la pubblicità di Instagram e Facebook, ma a quanto pare non averla più “a disposizione” mi ha spinto a ricercarla senza volerlo da altre parti. Il punto di arrivo è questo: com’è possibile che accetto di regalare la mia attenzione a una marea di cose inutili e al solo fine del profitto altrui?

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Ho ritrovato questo concetto in una singola frase tratta da “The Social Dilemma”, documentario su Netflix che ho guardato proprio prima di scrivere questo articolo:

“Se non stai pagando un prodotto, allora il prodotto sei tu”.

In effetti non fa una piega: l’acquirente paga il venditore per avere il suo prodotto; ma se l’acquirente è l’azienda e il venditore il social, l’utente medio cos’altro può essere se non il prodotto? E l’aspetto più preoccupante è che il prodotto è un pacchetto completo: dati, attenzione e, in ultima analisi, anche comportamento.

Ecco quindi il dilemma. I social da un lato hanno permesso di comunicare con chi vogliamo e quando vogliamo anche a grandissima distanza; di trovare nuovi amici; di conoscere moltissime cose nuove; di lanciare campagne di raccolte fondi a scopi benefici. Ma come posso dire se sono io a usare un social o viceversa? Qual è il confine? Sono in contatto con i miei amici, se così si può dire, o sto regalando la mia attenzione, che è una delle mie risorse più preziose, a destra e a manca?

Conclusione

Questa sfida mi ha permesso di raggiungere un grande grado di consapevolezza. Ma cos’è la consapevolezza senza presa di posizione? La soluzione migliore dopo questo mese di prova sembrerebbe essere l’abbandono totale dei social network (Instagram e Facebook), tuttavia ho numerosi dubbi a riguardo:

  • Come potrei condividere questo e gli altri articoli che scrivo?
  • Non rischierei di isolarmi troppo dal mondo?
  • Sono poi sono così sicuro che cambierebbe qualcosa, quando dall’altro lato del ring c’è una macchina che conosce meglio di me il mio cervello4?

Ammetto di non saper dare una risposta precisa a queste domande, e questo per ora mi impedisce di prendere una decisione definitiva su come agire. E tu cosa ne pensi? Ti invito a farmelo sapere nei commenti o a scrivermi! Nel frattempo come sempre ti saluto e ti do appuntamento domenica prossima alle ore 18.00. Buona settimana! 🙂

Appunti

Ecco infine gli appunti che ogni giorno tenevo a proposito di questa sfida. Gli indici dell’elenco corrispondono ai giorni del mese di febbraio, mentre la dicitura “no” significa che in quel dato giorno non ho avuto particolari pensieri o osservazioni rilevanti. L’andamento è più o meno questo: nei primi giorni pensavo spesso ai social; dopo la metà del mese ho iniziato a badarci meno, forse perché stavo iniziando ad abituarmi; negli ultimi giorni ho iniziato a meditarci sopra in vista della scrittura dell’articolo.

  1. Penso al fatto che nessuno mi ha risposto al fatto che mi assento per un mese: la cosa non mi offende assolutamente perchè penso proprio che avrei fatto lo stesso, ma questo la dice lunga sul tipo di rapporto che i social permettono di coltivare
  2. Penso che potrei perdere qualche messaggio; non potendo guardare qualche storia, durante un momento di pausa mi stendo e non faccio letteralmente nulla, cosa che non succedeva da parecchio tempo; allo stesso tempo penso a come condividere gli articoli che sto scrivendo in questi giorni, che penso mi siano venuti abbastanza bene
  3. Per la prima volta da secoli faccio esercizi con i pesi senza scrollare instagram tra una serie e l’altra di sollevamenti; mi chiedo, cosa faccio nel frattempo? Così mi limito alla musica.
  4. Un amico mi mostra un immagine e gli chiedo di mandarmela così da condividerla con un altro amico, ma mi fa notare che non posso usare i social. Iniziamo bene!
  5. Vorrei ringraziare le persone che si sono iscritte alla newsletter con una storia o un messaggio su instagram, ma purtroppo non posso farlo. Così mi viene in mente che posso scriverlo al termine di un articolo.
  6. No. Primo giorno in cui non penso ai social
  7. Pubblico un articolo. Dato che ora non posso condividerlo e ogni domenica ne pubblicherò uno nuovo, penso già a quale altro giorno della settimana scegliere per condividere i post degli articoli pubblicati in questo mese.
  8. Mi sono reso conto di stare guardando molti più video su Youtube, come se dovessi recuperare da qualche parte l’assenza delle storie
  9. No
  10. Un amico mi scrive su Whatsapp chiedendomi se voglio che compri per me un libro di illustrazioni che ha visto su Instagram, già che deve andare in libreria. Mi dice che voleva mandarmi il post e quindi ha pensato di scrivermelo su Whatsapp. Non mi sarei aspettato che potesse succedere una cosa del genere e lo apprezzo molto.
  11. No e per la prima volta quando ci ho pensato non ho nemmeno avuto l’istinto di riaprirlo
  12. No ma a quanto pare a Instagram non piace che non uso l’app da un po’, perché mi ha inviato per email alcuni dei post che mi sono perso in questi giorni
  13. Torno da allenamento in macchina di un amico e mi chiedo cosa guardare sul telefono senza avere Instagram, come se fosse obbligatorio fare qualcosa al telefono
  14. Faccio alcune foto che penso mi piacerebbe condividere
  15. Di notte ho sognato di perdere la sfida utilizzando Instagram senza pensarci. Per la prima volta ho una prova tangibile che i social agiscono a livello dell’inconscio e questo mi dà sui nervi. Per la prima volta penso che forse dovrei cancellare tutti gli account social.
  16. No
  17. Youtube inizia a stancarmi, ma avverto comunque il bisogno di dopamina che cliccare su un video rilascia. Non sapendo cosa cercare inizio a guardare a caso video consigliati nella home page. Quando tra i consigliati compaiono i primi video di gattini e altri curiosi animali domestici mi rendo conto che la situazione è tragica.
  18. No
  19. Penso che forse il fatto di stare riuscendo per la prima volta a scrivere tutti i giorni due parole in un “diario” è anche grazie al fatto che non passo questo tempo a vedere cosa fanno gli altri e penso di più alle mie sensazioni e alla mia giornata
  20. Finito l’ultimo esame della sessione, mi concentro sullo scrivere il nuovo articolo che dovrò pubblicare domani, e non avere alcuna interruzione da social mi aiuta molto in questo.
  21. no
  22. no
  23. no
  24. Finisco il mio primo ebook, che ho letto nei momenti morti in cui normalmente avrei usato Instagram. Dopo aver finito il primo libro dell’anno nei primi di febbraio, aver finito oggi il secondo mi ha permesso di alzare il ritmo e pormi in anticipo sulla tabella di marcia che mi sono prefissato, ovvero quella di leggere almeno un libro al mese.
  25. Concentrandomi su altri mezzi, come TV, Youtube e siti online, mi rendo conto di quanta pubblicità siamo “costretti” a subire, e penso al fatto che tra inserzioni e post sponsorizzati anche Instagram e Facebook non siano da meno. Persino in strada mi accorgo per la prima volta in modo consapevole di quanti cartelli pubblicitari e insegne ci sono in giro, che prima avevo sicuramente “subìto” inconsciamente. Penso che prima di finire l’articolo dovrei guardare su Netflix il documentario “The Social Dilemma”, che ho nella lista da mesi ma forse ora è il momento più opportuno. Mi colpisce la frase “Se non stai pagando un prodotto, allora il prodotto sei tu”. Perché dovrei continuare a usare i social sotto queste condizioni? Per rimanere in contatto con i miei amici, se così si può dire, o per regalare la mia attenzione a destra e a manca? Questo non fa che aumentare il desiderio di abbandonare i social. Mi chiedo però se questa azione avrebbe senso o no.
  26. Rifletto se condividere o meno questo articolo su Instagram quando lo pubblicherò. Da una parte ho intenzione di usare i social meno possibile, dall’altra voglio davvero condividere queste riflessioni con chi mi segue su Instagram, perché penso ci sia molto su cui pensare.
  27. Sulla base di un esempio tratto dal documentario mi immagino cosa succederebbe se Wikipedia scrivesse al termine di ogni pagina: “Ti consigliamo anche…”.
  28. Oggi torno sui social e condivido l’articolo. Ma poi?

Note

  1. L’esempio fu elaborato da Edward Lorenz (West Hartford, 1917 – Cambridge, 2008), meteorologo e matematico pioniere della teoria del caos, e prende il nome di “effetto farfalla”.
  2. La citazione di Arnold Schwarzenegger è tratta dal libro “Il Segreto dei Giganti” di Tim Ferriss. Si tratta di una raccolta dei migliori insegnamenti che l’autore ha tratto dalle interviste con numerosi personaggi di successo (che chiama “giganti”), e trovo che sia un’ottima fonte di ispirazione.
  3. è stato dimostrato che ricevere informazioni e novità stimola il nostro cervello a produrre dopamina, un ormone legato alla sensazione di piacere e benessere. Ciò è giustificato da un punto di vista evoluzionistico, poiché le informazioni sono necessarie alla sopravvivenza dell’uomo tanto quanto cibo e acqua. Il problema odierno risiede nel fatto che riceviamo una mole eccessiva di informazioni, la maggior parte delle quali è tra l’altro assolutamente inutile.
  4. è molto probabile che già oggi gli algoritmi sappiano meglio di noi che cosa desideriamo davvero. Cosa succederà dunque in futuro? Questo aspetto è approfondito nei libri dello storico israeliano Yuval Noah Harari (in particolare “Homo Deus”), e mi piacerebbe parlarne in modo più dettagliato, ma a tal fine dovrei prima rileggerlo. Invece il fatto che noi stessi non siamo poi così padroni del nostro cervello è uno dei temi del libro “Pensieri Lenti e Veloci” del premio Nobel per l’economia Daniel Kanheman, a cui ho dedicato un articolo che terminerò e pubblicherò a breve.

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