È mezzanotte e mezza, la giornata è stata lunghissima eppure il sonno fatica ancora ad arrivare. In effetti è sempre difficile addormentarsi dopo una gara…c’è ancora l’adrenalina, e a seconda che sia andata bene o male la testa che gira e rigira alimenta la soddisfazione o non dà pace. Eppure oggi non mi sento né da un lato né dall’altro, è come se mi trovassi in un limbo in cui la gara che ho fatto è stata davvero il meglio che potevo fare, eppure non è bastato ad ottenere gli obiettivi che mi ero prefissato: il personale in primis, la qualificazione alla finale in secondo luogo. Oggi ho messo a frutto tutte le lezioni che ho imparato in questi anni di atletica: come uscire in seconda se parto in prima, come non farsi imbottigliare nel traffico, come non tirare ma stando comunque davanti, come correre decontratti e agili, come non pensare a nulla e non guardare nulla durante il gesto della corsa. Eppure non è bastato. È mancato qualcosa nel finale, nelle gambe probabilmente, nella spinta dei piedi, nella stabilizzazione dell’addome, non nella testa, lì tutto era dove doveva essere. Non posso dire di avere l’amaro in bocca, ma la consapevolezza di questa occasione mancata che probabilmente non si ripresenterà mi rende difficile nascondere un po’ di delusione. Con cosa poi non saprei, non con il cervello sicuramente…probabilmente con il corpo che non è stato all’altezza delle aspettative della mente. Così ora mi ritrovo a scrivere di getto queste riflessioni, che non so se pubblicherò, ma che mi sembra per una volta opportuno liberare…i complimenti del prof sono la cosa più bella della giornata. Le persone più care che hanno vista la gara in diretta la seconda, perché per qualche istante mentre la telecamera mi riprendeva mi sono sentito di valere anch’io. Non il valore che posso darmi consapevolmente e che deriva dalla fiducia in se stessi, no, quel valore tutto particolare che solo il cronometro può attribuire. Perché è crudele, ma perché ha sempre ragione: non mente mai, come direbbe il mio amico scrittore. Non voglio smettere di correre, l’atletica è diventata una parte di me a prescindere dagli obiettivi raggiunti o meno e dai risultati. Non che ora non ne abbia più, ce sono almeno 3 ancora da realizzare. Se mi sentirò soddisfatto se e una volta che li avrò raggiunti? Chi lo sa. So solo che a volte la passione da sola non basta, altre gli obiettivi da soli non bastano, insieme uno sopperisce all’altro quando manca e viceversa. E poi c’è l’incognita della condizione fisica, quella a volte va e a volte viene e bisogna solo essere bravi a coglierla quando viene. Oggi probabilmente sta tornando, ma non è ancora arrivata e io non l’ho potuta cogliere, per quanto lo desiderassi con tutte le mie forze e avessi respinto questo pensiero nelle ultime settimane, dopo quell’allenamento che mi ha steso. Credo di voler provare qualche gara diversa ora. 400, 1500… per ritrovare il desiderio di distruggermi in un 800 per fare meglio di quanto abbia mai fatto. Perché la mia gara è questa. E non sono ancora pronto ad abbandonarla. L’atletica per una soddisfazione che dà ne toglie molte. È uno sport amaro, questo penso sia l’aggettivo giusto ora. Ma è anche uno sport che non ti molla, perché ti tiene sempre appeso alla speranza che domani andrai più forte di oggi. Speranza che da sola non basta, chiaro, e per questo è necessario lavorare e spingere. Dare tutta l’energia che la mente e il corpo sono in grado di produrre in cambio di gioie e delusioni, è su questa linea che si gioca quando si corre…sono convinto che ci siano ancora delle gioie che attendono di essere prese e celebrate. E poi, non sono ancora quella cenere bianca di cui parla Joe, quella che rimane quando tutto è combusto e la fiamma si è spenta. Posso ancora fare, almeno per me stesso, quel bagliore che mi fa sentire vivo solo quando sono esausto a terra. Perciò domattina uscirò di nuovo a fare la corsetta di 20 minuti, perché aiuta il recupero… e da lunedì si riparte.
Sabato 11/06/2022
Foto di FIDAL GRANA/FIDAL