3 anni al Politecnico di Milano

La prima versione di questo articolo era molto ordinata: avevo messo giù le idee principali e le avevo suddivise in paragrafi singoli, in modo che fossero facili da leggere e magari anche ricordare. Rileggendolo alla fine, però, ero del tutto insoddisfatto: la lista di punti che avevo ottenuto non rifletteva in alcun modo quel casino di episodi e pensieri che si sono succeduti nel corso di questi tre anni! Così ho deciso di ripartire dal primo punto della lista – che è finito lì perché probabilmente è il più importante – e poi dare libero sfogo all’immaginazione. Buona lettura!

La prima cosa che mi viene in mente se ripenso a questi 3 anni è che avrei dovuto avere un po’ più di rispetto per me stesso. Più volte mi sono imbarcato in esperienze che credevo di poter affrontare senza problemi, salvo poi rendermi conto che il prezzo da pagare in termini di sacrifici e dedizione era maggiore di quello che le mie risorse fisiche e mentali potevano sostenere. A volte ritornare sui propri passi e mostrare un po’ di rispetto per se stessi è necessario, e non credo debba essere visto come un passo falso quanto piuttosto come un indice di maturità: è quello che è successo, ad esempio, quando decisi finalmente di smettere di scrivere un articolo a settimana, non tanto perché non avevo niente da dire, quanto perché gli esami e lo sport avevano trasformato la scrittura da un hobby a un obbligo da incastrare nei buchi della settimana, buchi in cui avrei potuto – e dovuto – fare semplicemente nulla: stare steso sul divano a guardare il soffitto e lasciare vagare la mente senza una meta. Ora so perfino che questa modalità di pensiero ha un nome – diffuse mode – ed è quella da sfruttare quando si è bloccati di fronte a un problema che sembra irrisolvibile. Saperlo prima mi avrebbe risparmiato un po’ di frustrazione, tempo e fatica, ma meglio tardi che mai no? A proposito di cose che sarebbe stato utile sapere prima: parlando con i professori si possono capire tante cose interessanti, come gli argomenti a cui tengono di più o risposte a domande che nemmeno si sa di avere. E uno dei pezzi più grossi dell’eredità che la triennale mi ha lasciato riguarda proprio le domande: non nel senso che ne ho ancora molte (anche se alcune sì) ma nel senso che imparare a fare – e farmi – delle domande è stato il passo avanti che mi ha portato finalmente ad avere un metodo di comprensione – non di studio, per quello ce ne sono altri come la tecnica del pomodoro – efficace. Ad ogni modo mi sono reso bene conto che avere un modo di capire le cose non è abbastanza per preparare e superare un esame: ad esempio per superare elettronica con un voto più alto avrei potuto fare qualche esercizio in più e concentrarmi un po’ meno sulla teoria, visto che all’esame si richiedevano solo quelli. Anche qui comunque un insegnamento utile lo si può trarre, anche al di fuori dell’università: un sistema efficiente per un determinato obiettivo non è detto che lo sia anche per un obiettivo diverso, ed ecco perché conoscere il maggior numero di dettagli possibile sulla sfida che si vuole affrontare è il punto di partenza per prepararla in modo adeguato. Parlando con un amico ci siamo chiesti se queste utili abilità le avremmo apprese comunque – in un altro corso, o addirittura fuori dall’università. Abbiamo concluso che sì, forse alcune cose le avremmo imparate anche fuori dall’università, ad esempio la capacità di organizzare il proprio tempo nella maniera più efficiente possibile con un calendario; altre invece le abbiamo imparate solo grazie all’università, ad esempio il modo di ragionare di fronte a un problema o quella cosa lì delle domande. Di certo l’ambiente sfidante e il ritmo incessante dell’università sono due caratteristiche propedeutiche a sviluppare nuovi metodi e abilità che sarebbe difficile trovare altrove. Allo stesso tempo, queste due caratteristiche dell’ambiente universitario sono un’arma a doppio taglio: è faticoso sostenere la pressione di dover sempre rendere al massimo per non rimanere indietro, e non possiamo sempre andare in giro con un sorriso falso nei confronti delle sensazioni che proviamo. Nel mio caso ce ne sono due in particolare che mi hanno prosciugato un sacco di energie. Da un lato troviamo il disagio che a volte ho provato prima di mettermi a studiare qualcosa di nuovo: a lungo l’ho creduto un segno del fatto che forse le cose che stavo studiando non mi piacevano così tanto, e solo col tempo ho capito che è perfettamente normale essere restii a faticare anche sulle cose che ci interessano, perché apprendere concetti complicati è sempre faticoso per il nostro pigro cervello. Dall’altro lato troviamo la preoccupazione per il futuro, originata dal non saper trovare una risposta alla domanda ” che cosa vuoi fare dopo?”. Ora finalmente ho concluso che non posso prevederlo: ci sono così tante opzioni e cambiamenti che non è possibile per me stabilirlo ora, perciò l’unica cosa che ha senso fare è seguire la strada che ha come indicazioni le cose che mi ispirano di più. Nel frattempo è meglio concentrarsi su sè stessi qui e ora, al fine di conoscersi meglio e sviluppare consapevolezza di chi siamo, di quali sono i nostri punti di forza e quali quelli deboli su cui possiamo lavorare; facendo comunque attenzione a non passare troppo tempo nella propria testa, perché è un labirinto e alcune strade non hanno via d’uscita se non dall’alto. Per questo un’ultima grande lezione che l’università mi ha dato è quella di non trascurare mai le relazioni con gli amici e la famiglia: sono l’investimento più grande che si possa fare.

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