Capitolo 2: Il mistero dal sottosuolo

Ogni giorno Olly si spingeva un po’ più in là rispetto al grande albero, acquisendo grande fiducia nell’orientarsi fuori dalla corteccia.
Durante le passeggiate col papà, al giovane folletto piaceva molto guardare all’insù e ammirare i colori caldi dell’autunno impadronirsi della foresta: le enormi foglie si tingevano prima di un giallo vivo, poi dall’ocra sfumavano verso l’arancio, e solo infine si abbandonavano al rosso acceso, ciascuna secondo il proprio ritmo. Olly si era chiesto il perché di tutti quei colori, e dopo averci pensato un po’, era giunto alla conclusione che gli alberi erano semplicemente indecisi su quale indossare al posto del verde. E il risultato di questa scelta gli pareva davvero straordinario, al punto che rimaneva un po’ deluso ogni volta che seguiva una foglia perdere il suo vigore e ondeggiare fino al suolo: forse si era comportato male e il bosco ci teneva a farglielo notare?

Non trovando una risposta, quando ormai le foglie su cui camminava erano più di quelle che lo proteggevano dal sole Olly aveva iniziato a volgere il suo sguardo principalmente a terra.
Non che lì non ci fosse nulla di interessante: aveva infatti scoperto che, scavando nel terreno, ogni tanto spuntava fuori il muso imbronciato di qualche lombrico!
Chiaramente ai lombrichi non piaceva vedere il loro riposo interrotto bruscamente, perciò avrebbero voluto dirgliene quattro; ma di solito preferivano tornare a dormire accettando le scuse del papà di Olly, oppure, semplicemente, non avevano il coraggio di smorzare la curiosità nello sguardo del piccolo folletto.

Le giornate passavano placidamente, diventando sempre più corte e fredde; finché un mattino non capitò ad Olly qualcosa di davvero stupefacente.
Stava come al solito scavando nel terreno umido, quando all’improvviso vide sbucare dalla superficie quella che gli sembrava a tutti gli effetti… una mano!
Il folletto gridò a squarciagola per lo spavento, facendo accorrere il papà che distava qualche centimetro da lui.
– “Uff, uff…” ansimò il papà, non più abituato a sforzi del genere:
– “Cosa c’è?”
– “Una m-m-mano!” rispose Olly, indicandola con l’indice ancora tremante.
Il papà tese d’istinto il braccio sinistro davanti al figlio, e puntò in avanti il bastone che reggeva col destro. Poi, vedendo che la mano restava immobile, si riprese dall’agitazione e si avvicinò con cautela ad osservarla, seguito da Olly.

La mano aveva cinque dita, proprio come le loro, ed era solo leggermente più grande; però differiva nel colore, un grigio scuro che ad Olly ricordava un po’ la lunga barba del nonno, ma molto, molto più lucido.
Fu proprio Olly a interrompere il silenzio tombale che si stava diffondendo nell’aria:
– “Papà, dobbiamo tirarla fuori dal terreno!” esclamò.
– “Fermo lì! Non sappiamo di chi potrebbe essere questa mano: e se fosse di qualcuno dalle cattive intenzioni?”
Il piccolo folletto rimase confuso da quelle parole, perché non gli era ben chiaro cosa volesse dire avere delle cattive intenzioni. Però percepiva una certa tensione nelle parole del papà, e comprese che era meglio dargli ascolto.

Il papà di Olly, in effetti, era molto cauto: le esperienze di una lunga vita trascorsa nel bosco gli avevano insegnato che fidarsi è bene e non fidarsi è meglio, specialmente di fronte a cose che non aveva mai visto prima. Tuttavia, apparteneva pur sempre al popolo dei folletti: esseri dall’animo semplice, nel quale la compassione avrebbe sempre prevalso sulla diffidenza.
Così, quando smosse col suo bastone la terra attorno alla mano, intravedendo il braccio che la sosteneva, si sentì in dovere di aiutare quell’essere grigio che per sventura sembrava essere finito là sotto; e poi erano anni che non gli capitava qualcosa di così inaspettato!
Si voltò quindi verso il figlio e gli disse:
“Va bene, cercherò di tirarla fuori; ma tu fai tre passi indietro!”
Dopodiché assunse uno sguardo fiero, si rimboccò le maniche e si rigirò verso la mano; mentre il piccolo Olly lo imitava di nascosto.

-CONTINUA-

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