Quando tutto in tavola era pronto, la famiglia di Olly e Sun vi si sedettero per mangiare la zuppa. Al primo assaggio, Sun si sentì tornare indietro di molti anni, a quando a sua volta era un piccolo essere umano sull’isola Siniaja.
“Vedi Margie – disse rivolgendosi alla mamma di Olly – passeggiando fin qui raccontavo ad Olly e a Ulmus di come io provenga dall’isola più bella del mondo. Quando ero piccolo così – disse posando una mano sul capo di Olly, che sedeva accanto a lui – l’isola stava vivendo il suo momento di massimo splendore: avevamo trovato il ferro da qualche anno e in virtù di ciò tutto stava cambiando, dalle nostre abitudini al paesaggio che ci circondava. Pochi giorni dopo il mio undicesimo compleanno, al centro della piazza venne ultimata la torre campanaria: era un gioiello che si elevava nel cielo, e salendovi in cima si poteva ammirare un panorama mozzafiato, il cui orizzonte si perdeva fra il cielo terso e il mare; nelle ore più calde, nessuno avrebbe saputo dire dove finisse l’uno e iniziasse l’altro. Ogni mezzogiorno la campana ondeggiava liberando una melodia che imparai ad associare al mio momento preferito: il pranzo con la mia famiglia, a cui raccontavo delle figurine che avevo scambiato a scuola e di quanto fosse noiosa la maestra quando ci diceva di fare silenzio. In quegli anni però, la ricchezza dataci dal ferro stava logorando il buon senso che aveva contraddistinto il nostro re da quando era salito al trono: la sua unica preoccupazione, ormai, era ostentare ai popoli della terraferma la superiorità dataci da quella fortuna, e destinare una consistente parte di essa alle spese militari: “così i nemici staranno alla larga dal nostro paradiso”, diceva nei discorsi pubblici.
Avevo venti anni quando, dalla torre, il vecchio Martin avvistò una corazzata stagliarsi davanti al sole rosso che affondava nell’acqua. Fino ad allora, dalla terraferma un viavai di velieri aveva battuto ogni giorno la rotta che collegava la nostra isola con la terraferma: erano imbarcazioni costruite con il legno possente delle foreste di quei territori, trasportavano tessuti di lana e di seta, e se ne tornavano cariche di ferro e di tutti i frutti che la nostra terra florida ci dava in abbondanza. Da quella notte però, il legno fece spazio al ferro, i tessuti alle armi, i frutti ai prigionieri. Pochi giorni dopo, io venni strappato alla mia famiglia per entrare nell’esercito.
Non avevo ancora realizzato cosa volesse dire un addestramento militare: ciò che mi tormentava era abbandonare la mia famiglia, e il pensiero di spiegare alla mia sorellina perché la stavo lasciando. La notte prima di partire rimuginai a lungo su quali frasi avrei potuto usare: sapevo che avrei dovuto dirle addio, ma ogni parola mi sembrava sbagliata e non avrei voluto in alcun modo renderla triste. Così mi decisi a non dirle nulla, se non che stavo andando a comprare il pane fresco e una fetta di torta alle mele apposta per lei: poi la portai a mia madre, e le chiesi di consegnargliela con la promessa che sarei tornato. Il rimpianto di non aver mai detto alla mia sorellina “ti voglio bene” mi tormenta da allora…
L’ultimo che salutai fu mio padre, che era rimasto ferito durante gli scavi in miniera e dunque non poteva combattere. Mio padre era un uomo di poche parole, ma ogni gesto che compiva aveva un significato più o meno evidente; e, spesso un po’ pretenziosamente, sperava che le persone attorno a lui fossero in grado di comprenderlo. Quel giorno, papà mi affidò il ciondolo a forma di falce di luna che portava al collo: mi disse che adoravo giocarci quando da bambino mi teneva in braccio, e che – ne era certo – mi avrebbe portato fortuna.
Nei primi mesi il nostro esercito riuscì a malapena a resistere all’assalto: l’isola era stata ormai devastata, e perfino la torre campanaria, simbolo della nostra ricchezza, venne abbattuta. Col passare del tempo, tuttavia, il mio popolo era stato in grado non solo di difendersi, ma anche di contrattaccare: i sostegni dalle altre isole dell’arcipelago stavano infatti aumentando, e anche quelli degli altri popoli del continente, che avevano intravisto nella scelta scellerata del paese di Noch un’occasione per liberarsene. Bruciammo così l’unica circostanza in cui le nostre forze e le loro erano nella stessa posizione: nessuno di chi contava voleva davvero una pace senza vincitori né vinti, e chi si sarebbe sobbarcato il disonore di venire incontro al proprio nemico, o quello di ammettere gli errori compiuti?
Per quanto mi riguarda, nel corso dell’addestramento imparai ad insabbiare con l’ira la sofferenza per la distruzione della mia isola; e quando il nostro re dette il via alla controffensiva, provai una sete di rivalsa che difficilmente posso spiegare. Tuttavia, passarono pochi giorni dall’atterraggio col paracadute per realizzare quale incubo ci stesse aspettando in trincea.
Era un notte serena sul colle dove stavamo combattendo. Il comandante, che aveva imparato a fidarsi delle mie capacità, mi ordinò di uscire dalla trincea per inoltrarmi nel territorio nemico: l’obiettivo era scoprire se i nostri avversari stessero progettando un attacco o una ritirata sull’altro versante della collina.
Dal buio in cui stavo avanzando si piantò davanti a me un nemico a cui probabilmente era stato affidato lo stesso compito: d’istinto premetti il grilletto e nello stesso istante fui colpito al petto, da cui il sangue iniziò a sgorgare come da una fonte; ebbi solo un attimo per notare il terrore negli occhi del mio nemico, che si portò la mano sul volto rosso cadendo all’indietro; dopodiché mi accasciai in avanti, e con le poche forze che avevo mi voltai a pancia in su.
Nel silenzio di quelle colline desolate sentivo solamente il mio battito assordante affievolirsi, e il gelo impossessarsi del mio corpo. Cercai di recuperare la foto della mia sorellina dalla tasca, ma non ne ebbi le forze: riuscii però a stringere con la mano il ciondolo che papà mi aveva dato, e osservare un’ultima volta quella falce di luna che sorgeva nella notte oscura. Pensai che forse, osservando più spesso quel cielo sconfinato, ci saremmo resi conto di quale pazzia stavamo commettendo a volere sempre di più, e di quale vita meravigliosa avremmo potuto condurre senza la guerra: ma è proprio vero che non sappiamo cos’abbiamo finché non lo perdiamo…
Quella stessa sensazione di gelo fu il primo ricordo di quando sorprendentemente ripresi coscienza: ero in un corpo rimpicciolito e mi trovavo immerso nel buio più totale. Chissà quanto tempo ho passato nel sottosuolo… Sapete, negli ultimi mesi della mia vita ero così deluso da ciò che il mondo mi aveva dato che avrei voluto restarmene per sempre lì sotto. Tuttavia, continuavo a chiedermi che cosa io avessi dato, o almeno provato a dare, al mondo; e realizzare di non avere una risposta mi fece capire di non avere diritto a rinunciare così facilmente. Fu ciò a convincermi a tirare fuori la mano dal suolo, sperando che qualcuno la notasse: Ulmus – disse al papà di Olly – sentire la tua presa sul mio polso mi ha dato la forza di venire fuori da lì, e affrontare la seconda occasione che il destino mi ha concesso”.
“Cos’è il destino? Questa parola non esiste nei dizionari dei folletti.” gli chiese Ulmus.
Sun inspirò profondamente e appoggiò delicatamente il cucchiaio nel piatto. Poi portò la mano al petto, stringendo un ciondolo a forma di falce di luna, e disse:
“Beh, è un concetto molto comune fra gli esseri umani, anche se non tutti lo intendono allo stesso modo: molti direbbero che è ciò che avverrà. Alcuni direbbero che è ciò che avverrà se non ci impegniamo a cambiarlo”.
-CONTINUA-