Capitolo 6: Penny e Tulip

La mongolfiera Archimede salì sempre più in alto, ondeggiando fra i rami grazie alla maestria del suo ferreo condottiero: con la sua esperienza da aviatore, infatti, Sun conosceva alla perfezione il modo di adagiarsi sul vento e lasciarsi trasportare dalle sue correnti sinuose. Quando ormai le radici al suolo apparivano come un lungo gomitolo srotolato, Ulmus avvistò un grosso nido fatto di paglia e legnetti intrecciati, e, almeno all’apparenza, vuoto.
– “Terra! Terra!” gridò a squarciagola con la sua voce rauca e possente.
Il soldatino Sun imboccò allora una corrente discendente, diretta verso il ramo. La discesa sembrava procedere alla grande, ma quando la mongolfiera si trovò quasi al di sopra al nido, si udì Margie urlare:
– “UOVAAA!!”.

Sun trasalì, e per evitare di colpire le uova nel nido deviò completamente la traiettoria della mongolfiera: la cesta impattò contro la dura corteccia, proseguendo la sua corsa disfacendosi via via; il pallone inclinato venne colpito da uno spuntone ed esplose in un boato, mentre il fuoco si spense e i passeggeri vennero sbalzati fuori. Sun riuscì con prontezza a stringere a sé Olly, in modo da proteggerlo nella caduta sul ramo: il suo corpo di ferro resistette perfettamente all’impatto, da cui riportò solo una piccola ammaccatura. Ulmus e Margie, invece, vennero catapultati in aria: sotto di loro c’era solamente il vuoto, nel quale stavano per precipitare in caduta libera.

In quell’istante un battito d’ali si udì in lontananza, seguito da un sibilo che perforò l’aria secca: come una freccia scagliata dall’arco, un’ombra nera si fiondò in picchiata verso i due folletti, che vennero afferrati da due braccia possenti come corde di canapa. Senza capire o vedere nulla, Margie e Ulmus si trovavano sul dorso lucente della merla Penelope! Quando riaprirono gli occhi, videro di fianco a loro un vecchio ergersi con aria trionfante: aveva la testa liscia come le uova dentro al nido, la fronte scolpita dalle rughe e un manto raccolto attorno alla vita da una cintura bianca; nonostante il freddo non aveva alcuna maglietta, perché, come disse ai suoi passeggeri,
– “La tempra si costruisce a petto nudo, cari miei”.
– “Vecchio saggio! Esclamarono all’unisono Margie e Ulmus, abbracciando il loro salvatore. Dopodiché Margie aggiunse:
– “N-non ho parole per ringraziarti… siamo così felici di vederti! Pensavamo proprio che fosse giunta la nostra fine”.
“Oh oh, cari miei… Non ringraziatemi. Piuttosto, non mi sarei mai aspettato di trovare due folletti quassù. Come avete fatto ad arrivare così in alto senza scoiattoli? Qual buon vento vi porta?”.
“Siamo giunti fin qui con una… ehm… mongoliera, costruita insieme a uno strano ma simpatico soldato, chiamato Sun. A proposito! Dobbiamo andare subito da lui! Come starà Olly?” si chiese Ulmus preoccupato.
“Forse intendevi mongolfiera” rispose il vecchio saggio, che a quanto pare non era chiamato così solo perché era vecchio. Poi mise i suoi occhi sagaci sul binocolo che portava legato al collo e continuò: “D’accordo, mi spiegherete meglio dopo. Sun e Olly dite? Immagino si tratti di quei due che si stanno sbracciando verso di noi, vicino al nido di Penny”.
“Per fortuna, il nostro Olly sta bene! E anche Sun…” esclamò Margie sollevata.

Dopo qualche secondo la merla Penelope giunse accanto al suo nido, dispiegando un’ala per far scendere Margie e Ulmus, che vi si erano aggrappati tremando. Il vecchio saggio, invece, si tuffò direttamente dal dorso di Penny, fece un paio di 360° e atterrò in equilibrio su un piede solo.
Olly rimase folgorato da ciò che vide, e decise all’istante che imparare a fare quella cosa lì sarebbe stato il suo prossimo obiettivo nella vita.
Anche Sun restò a bocca aperta di fronte a quell’anziano dall’aria così frizzante: si aspettava una sorta di eremita come quelli dell’isola Sinjaia, che passavano il tempo a leggere libri polverosi… ma lui dell’eremita aveva solo la testa pelata!

E così il vecchio saggio dalla testa pelata si presentò:
– “Ciao, piccolo Olly, e ciao anche a te, Sun; molto piacere. Il mio nome è Tulip, ma tutti qui mi chiamano vecchio saggio. Voi potete chiamarmi come preferite… Ma bando alle ciance: come posso aiutarvi?”.
Sun iniziò a raccontare la sua storia al vecchio saggio, e l’obiettivo che l’aveva spinto ad arrivare fin lì insieme ai suoi amici folletti. Al termine del suo racconto, gli mostrò il ciondolo a falce di luna che l’aveva trasformato in un piccolo soldatino di ferro. Il vecchio saggio, con il mento fra le dita, rispose:

“Sinjaia, l’isola dal cielo azzurro… che splendido paradiso! La visitai molti anni fa… chissà cosa ne resta ora. Ma comprendo il tuo desiderio di tornarci, Sun! Ebbene sia, ti accompagneremo: vero Penny?”.

“Phi! Phi!” cinguettò la merla Penelope, che con Tulip parlava sempre nella propria lingua, dato che il vecchio saggio sapeva interpretarla.
“Sei sempre di molte parole, grazie Penny” le rispose Tulip sorridendo. Dopodiché spiegò ai folletti e a Sun che Penny affrontava i viaggi lunghi esclusivamente di notte, e dunque per partire avrebbero dovuto attendere il crepuscolo. Così invitò i suoi ospiti a bere una bevanda calda all’interno della sua dimora, scavata all’interno della corteccia come tutte le case dei folletti.

Dopo la merenda, Margie e Sun uscirono per giocare a nascondino fra le grandi uova nel nido di Penny. Tulip, invece, raccontò di sé al soldatino Sun e a Ulmus, che in parte conosceva già la sua storia, ma non si faceva problemi a risentirla.
Per quanto potesse sembrare strano ai suoi interlocutori, anche il vecchio saggio, dalla pelle rugosa come le tartarughe, una volta era stato giovane. Per la precisione, fino al primo giorno di primavera di 80 anni prima: il giorno in cui i suoi genitori si sacrificarono nella Grande Battaglia contro il parassita, salvando così il grande albero e, con esso, quell’intero piccolo mondo che viveva sui suoi rami, al suo interno, e fra le sue radici. Alla morte dei genitori il giovane Tulip aveva iniziato a studiare assiduamente la natura, per comprendere come avrebbe potuto proteggere il grande albero qualora la minaccia del parassita si fosse presentata di nuovo.

Sostenuto dalla motivazione e dalla forza di volontà, col passare degli anni Tulip aumentava la propria conoscenza a dismisura; tuttavia né i castori con le loro dighe, né i ragni con le loro ragnatele, né i gechi con le loro zampe aderenti avevano saputo aiutarlo nella sua ricerca. Così, quando ormai conosceva la radura come le proprie tasche, Tulip capì che era giunto il momento di fare ciò che nessun folletto prima di lui aveva fatto: uscire da Boscopressoilconfine. E fu proprio mentre cercava un modo per andarsene che conobbe Penny, la quale gli raccontò dell’abitudine degli uccelli di migrare verso luoghi più caldi in alcuni periodi dell’anno. Tulip iniziò a vivere insieme ai merli fra i rami del grande albero, in attesa della migrazione: e quando il primo, lunghissimo viaggio terminò, con il successo di aver trovato il repellente contro i parassiti, decise che non si sarebbe separato dalla sua amica Penny. In effetti era stato proprio il loro legame, costruito sulla condivisione dei momenti gioiosi e di quelli più tristi, e rinsaldato dal superamento delle diversità, dei disaccordi e delle incomprensioni, ad insegnarli la lezione più importante:

“Nella solitudine si può cercare la conoscenza… ma solo nell’amicizia si può trovare la saggezza”.

-CONTINUA-

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