Abbiamo il Controllo del Nostro Cervello?

Tempo di lettura: 10 minuti

In 4 parole: vittime dei bias cognitivi

Titolo: Pensieri Lenti e Veloci (trad. di Laura Serra, Mondadori Libri S.p.A., 2015)

Autore: Daniel Kahneman1

La nostra società si basa sull’assunto che ogni individuo è libero di pensare e scegliere ciò che è più giusto per se stesso. Ma siamo davvero sicuri di avere il controllo dei nostri pensieri, delle nostre scelte e delle nostre decisioni?

Introduzione

Il seguente articolo è ispirato al libro “Pensieri Lenti e Veloci” del premio Nobel Daniel Kahneman. Si tratta di un’opera importantissima, in quanto ha stravolto molte delle comuni concezioni che abbiamo nei confronti del nostro cervello. In poche parole, l’idea chiave del libro è che nel nostro cervello agiscono due differenti sistemi:

  1. il Sistema 1 è il pensiero veloce, impulsivo e irrazionale, fortemente basato sull’intuito e sulle impressioni;
  2. il Sistema 2 è il pensiero lento, meditato e razionale, che interviene nel momento in cui ci fermiamo a riflettere.

Lo sforzo e l’energia mentale richieste dal Sistema 2 lo rendono piuttosto pigro. Di conseguenza la maggior parte delle nostre scelte e azioni vengono prese dal sistema 1, il quale però paga a caro prezzo la sua fretta: esso, infatti, è influenzato da pregiudizi o bias cognitivi di cui spesso non siamo nemmeno consapevoli, che tuttavia hanno un ruolo fondamentale nel plasmare le “nostre” decisioni.

Ma quali sono questi bias e come agiscono? Vediamoli uno per uno con esempi pratici.

1) Effetto Priming

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L’effetto priming consiste nella sensibilizzazione che il nostro cervello subisce a causa di un’esposizione a determinati stimoli. Per chiarirci le idee, proviamo a completare la seguente parola con la lettera mancante:

CAR_E.

Molto probabilmente la nostra scelta è ricaduta sulla lettera “N”, in modo da formare la parola “carne”. Ma perché non abbiamo messo la “T” per formare la parola “carte”? O la “I” per formare la parola “carie”? La scelta della lettera N è dovuta proprio al priming: a causa dell’immagine sovrastante, il nostro cervello è stato sensibilizzato all’argomento del cibo. L’effetto priming avviene inconsciamente, e non è nemmeno necessario aver guardato l’immagine con attenzione.

Questo esempio mostra come la “nostra” scelta sia in realtà regolata dal meccanismo mentale del Sistema 1, di cui non ci rendiamo conto. Il fatto ancora più sorprendente è che l’effetto priming non è limitato ai concetti e alle parole, ma influenza anche le nostre azioni ed emozioni. Vediamolo con il seguente esempio che l’autore chiama “effetto Florida”.

In un esperimento diretto dallo psicologo John Bargh2 dell’Università di New York, a un gruppo di studenti di età compresa tra i 18 e i 22 anni venne chiesto di scegliere quattro parole a partire da una lista di cinque. Metà delle liste mostrate agli studenti conteneva parole legate agli anziani, come “Florida” (dove molti statunitensi si trasferiscono una volta in pensione), “smemorato”, “calvo”, “grigio” e “ruga”. Al termine del compito, gli studenti vennero mandati in un ufficio in fondo a un corridoio, mentre i ricercatori, senza farsi vedere, misurarono il tempo impiegato dagli studenti ad attraversarlo. Incredibilmente, gli studenti che avevano composto le frasi partendo dalla lista di parole legate alla vecchiaia percorsero il corridoio più lentamente.

L’effetto Florida costituisce quindi un esempio di “priming avanzato”, poiché composto da due stati: in un primo momento la lista di parole innesca pensieri legati alla vecchiaia, benché la parola vecchio non compaia mai; in secondo luogo quei pensieri innescano il comportamento di camminare lentamente, che è associato con l’età avanzata. Al termine dell’esperimento, inoltre, gli studenti affermarono di non aver notato un tema comune nella lista di parole, e che l’attraversamento del corridoio non avrebbe potuto in alcun modo essere influenzato dalla prima fase dell’esperimento. In altre parole, l’idea della vecchiaia non era giunta alla loro consapevolezza, ma le loro azioni ne erano comunque state influenzate.

2) Potere della Ripetizione

Proprio come l’effetto priming, anche la ripetizione ha un impatto elevato sui nostri pensieri e sulle nostre azioni. In particolare, ciò che emerge da numerosi studi su questo aspetto è che la ripetizione alimenta la familiarità: quando una parola ci viene ripetuta diverse volte diventa familiare, e per questo tendiamo a fidarci di più o a ritenerla sicura. Nel riassunto di uno studio sul potere che la ripetizione ha sul nostro cervello, il dottor Zajonc3 scrive:

“Le conseguenze dell’esposizione ripetuta giovano all’organismo nelle sue relazioni con l’ambiente circostante sia animato sia inanimato. Gli consentono di distinguere oggetti e habitat che sono sicuri da quelli che non lo sono, e rappresentano la base più elementare dell’attaccamento sociale. Perciò costituiscono la base dell’organizzazione e della coesione sociali, principali fonti della stabilità psicologica e sociale.”

La ripetizione, dunque, contribuisce a darci un senso di sicurezza e stabilità. Questo fatto è ben conosciuto e largamente utilizzato nel mondo del marketing: ripetere più volte il nome di un prodotto, infatti, contribuisce non solo a fissarlo nella mente di chi guarda o ascolta, ma anche a renderlo più familiare, così la prossima volta che andremo al supermercato saremo più propensi a sceglierlo fra decine di prodotti simili. Anche nel mondo della politica la ripetizione è largamente utilizzata per conquistare il favore del pubblico, spesso inconsapevole. Anche per questo motivo trovo che leggere questo libro sia davvero importante: non ci permetterà di evitare i bias cognitivi, ma almeno di prendere atto e della loro esistenza e agire di conseguenza.

3) Effetto Alone

L’effetto alone è un bias molto comune che ha ruolo importante nel forgiare la nostra visione degli altri e delle situazioni. Esso ci permette di creare una rappresentazione del mondo più semplice e coerente di quanto non sia effettivamente. Utilizziamo anche in questo caso un esempio per comprendere meglio. In un famoso esperimento di Solomon Asch4, ai partecipanti fu mostrata una breve descrizione dei due seguenti individui:

  • Alan: intelligente – industrioso – impulsivo – critico – ostinato – invidioso
  • Ben: invidioso – ostinato – critico – impulsivo – industrioso – intelligente

Molto probabilmente, come la maggior parte dei partecipanti al test, avremo visto Alan in una luce più positiva di Ben, nonostante gli aggettivi che ne descrivano le personalità siano gli stessi. L’effetto alone agisce dunque in questo modo: crea una narrazione semplice e apparentemente coerente, basata sull’ordine in cui i pochi input disponibili ci vengono presentati, in modo tale da sopprimere le ambiguità dovute alla carenza di informazioni. Tale narrazione, tuttavia, risulta incompleta, e questo ci induce ad assumere due comportamenti in contrasto fra loro: tendiamo a giustificare o a provare rispetto per l’ostinazione di una persona intelligente, mentre abbiamo l’impressione che l’intelligenza renda più pericolosa una persona ostinata.

4) WYSIATI: What You See Is All There Is

Come abbiamo visto nel paragrafo precedente, il Sistema 1 è più che soddisfatto quando produce una storia coerente. A tal fine, non si fa troppi problemi a sacrificare la quantità e la qualità dei dati su cui la storia si basa. Di conseguenza, quando formuliamo i nostri giudizi, spesso non ci preoccupiamo del fatto che manchino prove potenzialmente essenziali: in pratica evitiamo di far comparire dubbi o ambiguità dando per scontato che “quello che vediamo è l’unica cosa che c’è”, e riordinando in modo coerente i pochi pezzi che abbiamo a disposizione. Citando le parole dell’autore:

“Non è detto che le storie più coerenti siano quelle più probabili, ma sono plausibili, e gli sprovveduti confondono facilmente i concetti di coerenza, plausibilità e probabilità.”

5) Ancoraggio

Per formulare risposte in assenza di certezze, il nostro cervello utilizza dei punti di riferimento detti ancore. Consideriamo le seguenti domande:

  • Gandhi aveva più o meno di 144 anni quando morì?
  • Quanti anni aveva Gandhi quando morì?

Sicuramente abbiamo risposto “meno” alla prima domanda. Probabilmente, invece, non conosciamo la risposta esatta alla seconda: di conseguenza il cervello si àncora all’unico punto di riferimento disponibile al momento, ovvero il numero 144, formulando una risposta ben più alta di quella che avrebbe fornito se, ad esempio, l’àncora della prima domanda fosse stata 72 anni. Consideriamo ora un esempio simile. Ad alcuni visitatori dell’Exploratorium di San Francisco furono rivolte le seguenti domande:

  • La sequoia più alta del mondo è alta più o meno di 365 metri?
  • Quale ritenete sia l’altezza della sequoia più alta del mondo?
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Nella prima domanda è presente un’ “àncora alta” di 365 metri, quindi ci aspettiamo che i visitatori abbiano risposto alla seconda domanda con un numero piuttosto alto. Per altri visitatori, invece, l’àncora alta della prima domanda venne sostituita con un’ “àncora bassa” di 54 metri. Come previsto, l’ancoraggio diede i suoi frutti, in quanto le stime medie dei due gruppi furono ben diverse: 257 e 86 metri.

Come tutti i bias precedenti, anche l’effetto ancoraggio è largamente utilizzato un po’ ovunque. L’esempio più immediato è quello delle trattative, dove chi stabilisce il prezzo iniziale ha il vantaggio di poter fissare un’àncora arbitrariamente.

6) Il Senno di Poi

Supponiamo di dover stabilire adesso la probabilità che un determinato partito vincerà le prossime elezioni, teoricamente in programma nel 2023. Se in seguito alla vittoria del partito ci venisse chiesto quale fosse la probabilità che avevamo supposto, per il semplice fatto che tale evento si è verificato risponderemmo con un valore ben più alto di quello fornito inizialmente. Questo effetto è definito dall’autore “bias del senno di poi” e rappresenta la tendenza a rivedere la storia delle proprie credenze alla luce di quello che è accaduto realmente. In pratica, “tutto ha senso col senno di poi”, e questo ci dà l’illusione di comprendrere il passato molto meglio di quanto in realtà non sia. Da ciò, inoltre, deriva l’ulteriore illusione di saper prevedere il futuro sulla base degli avvenimenti passati. Personalmente lo trovo evidente pensando all’oroscopo: molte persone credono all’oroscopo perché rivedono i pochi e generici elementi forniti dal guru di turno alla luce di come sono andate le cose (col senno di poi) creando una narrazione incompleta ma coerente, che ignora la qualità e la quantità dei dati a disposizione per evitare qualsiasi ambiguità: ciò non fa che alimentare da un lato l’illusione di aver compreso il passato, dall’altro quella che le previsioni dell’oroscopo possano essere vere. La verità è che fare previsioni sul futuro è praticamente impossibile anche per i più esperti in un determinato campo:

“Persone che passano il tempo, e si guadagnano da vivere, studiando un particolare argomento, producono previsioni meno esatte di scimmie che, lanciando freccette, distibuirebbero uniformemente le loro scelte fra le varie opzioni.”

Forse dovremmo rivalutare il peso che attribuiamo alle previsioni degli esperti, e ancora di più alle nostre.

Conclusioni

Il libro è piuttosto complesso: approfondisce infatti l’idea dei due sistemi con numerose prove, esempi, esperimenti, riflessioni, teorie che abbracciano la psicologia, l’economia, la filosofia, il comportamento e la vita quotidiana. Diversamente da altri libri che ho riassunto ho dunque pensato che il modo migliore di parlarne fosse di concentarmi sui bias cognitivi5, l’aspetto che ho trovato più soprendente e determinante. Su Internet si trovano molti riassunti anche delle altre parti del libro, ma credo che non ci siano parti di esso che vale la pena saltare. Pertanto mi auguro che questo articolo ti abbia incuriosito al punto di volerlo leggere per intero: oltre a scoprire come funziona il pensiero, il che già da sè può cambiare la nostra vita, l’autore fornisce consigli ed esempi pratici per adattare il nostro comportamento e tenere a bada il Sistema 1 in diverse situazioni. Per migliorare davvero la nostra vita, tuttavia, dovremo accettare un compromesso: sfogliando le pagine di questo libro, infatti, finiremo per vedere il concetto di libertà sotto una luce ben diversa e, per certi versi, un po’ più fioca.

Note

  1. Daniel Kahneman (nato nel 1934) è uno psicologo israeliano. Le sue teorie di psicologia comportamentale hanno avuto un grande impatto anche sulla scienza economica, tanto da renderlo vincitore nel 2002 del premio Nobel per l’economia.
  2. Robert Bolesław Zajonc (23/11/1923 – 3/12/2008) è stato uno psicologo conosciuto per il suo lavoro decennale su numerosi processi sociali e cognitivi.
  3. John Bargh (nato nel 1955) è uno psicologo sociale presso l’Università di Yale. I suoi studi si focalizzano sugli automatismi del pensiero.
  4. Solomon Asch (14/09/1907 – 20/02/1996) è stato uno psicologo polacco naturalizzato statunitense, noto per i suoi contributi alla psicologia sociale.
  5. Nel corso dell’articolo ho riportato tali e quali gli esempi dell’autore, eccezion fatta per l’effetto priming, in cui ho fatto due sostituzioni:
    • nell’esempio originale l’impressione viene fornita da una pubblicità televisiva riguardante il cibo, che io ho sostituito con un’immagine;
    • al posto delle parole “carne” e “carte” (o “carie”), anche nella traduzione del libro sono stati mantenuti i termini originali “soup” (zuppa) e “soap” (sapone). Tuttavia ho pensato che una sostituzione dall’inglese all’italiano potesse renderlo più comprensibile e immediato.

5 pensieri riguardo “Abbiamo il Controllo del Nostro Cervello?

      1. Si, ma ho completato la parola di impulso. Se avessi ragionato, probabilmente mi sarei corretta. In questo modo il principio che si voleva dimostrare, ovvero che il cervello agisce influenzato inconsciamente da alcuni fattori (in questo caso l’immagine mostrata prima ad hoc) ha trovato una falla. Cosa significa questo? che lo studio scientifico/psicologico può stabilire delle linee comuni per la mente di tutti (comunque un campione) che funzionano egregiamente nel marketing per esempio, ma pur prevedendo l’eccezione alla regola, non la sa “regolamentare” . 🤭

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      2. Sicuramente! Tuttavia ci tengo a precisare che l’esempio con l’immagine è stato inventato da me sulla falsa riga di quello descritto nel libro, nella speranza di rendere l’articolo più interattivo e interessante: sicuramente non posso dire che la versione da me proposta abbia una qualche validità scientifica. Detto questo immagino che in una scienza come la psicologia si ragioni spesso in modo probabilistico, ovvero, come afferma Lei, effettuando esperimenti su campioni che per quanto grandi sono pur sempre limitati. Chiaramente le eccezioni ci sono, tuttavia penso che l’autore voglia esprimere il fatto che l’effetto priming non è matematico, ma può accadere e di questo dovremmo esserne consapevoli. A questo proposito sarebbe interessante effettuare una serie di esperimenti (come quello realizzato dall’autore) sullo stesso soggetto, in modo da verificare in quante e quali occasioni l’effetto priming si manifesta (magari nessuna!): esperimenti che immagino sarebbe opportuno effettuare senza che il soggetto ne sia consapevole, poiché questo potrebbe chiaramente modificarne l’esito: ad esempio, potrebbe anche darsi che il solo titolo del mio articolo alzi il livello di attenzione del nostro cervello (che si sente chiamato in causa e messo alla prova 🙂 ), rendendo l’esperimento dell’immagine del tutto inefficace, motivo per cui a maggior ragione l’esempio è da “prendere con le pinze” 🙂

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