Tempo di lettura: 5 minuti
La pandemia ha portato con sè numerosi cambiamenti e difficoltà. Tra i vari aspetti su cui ho potuto riflettere negli ultimi mesi, tuttavia, il tema della solitudine occupa sicuramente un posto in prima fila.
Introduzione
Se penso al termine “solitudine” mi vengono in mente due possibili accezioni:
- stare senza gli altri
- stare con se stessi
All’apparenza questi due “modi di essere soli” possono sembrare piuttosto simili, tuttavia a mio parere sono molto diversi: per questo dedicherò a ciascuno di essi una sezione di questo articolo. Buona lettura!
1 ) Stare senza gli altri
Ad essere sincero, durante la prima quarantena il fatto di stare a casa e dover seguire le lezioni in completa solitudine mi è pesato relativamente poco: il più delle volte, infatti, questo aspetto negativo era mascherato dai molti più numerosi effetti positivi legati al fatto di non dover andare in università ogni giorno: potevo dormire di più, mangiare con calma, studiare con meno pressione, e anche dedicarmi ad alcune attività che altrimenti avrei rischiato di rimandare per molto tempo. Dal punto di vista delle relazioni, poi, l’estate è stata una parentesi quasi “normale”, motivo per cui a settembre ero fiducioso di poter partire in quarta seduto comodamente alla scrivania: ma mi sbagliavo di grosso. Molto presto infatti le lezioni a distanza iniziavano a pesare parecchio, soprattutto per la quasi completa assenza di interazioni con i compagni di università: da un lato sentivo che alcune delle amicizie formate in precedenza si stavano dissolvendo, dall’altro mi dispiaceva un sacco non poter conoscere nuove persone, confrontarmi, sentire pareri, scambiare battute e quant’altro. Fortunatamente, di tutte queste amicizie almeno due sono sopravvissute, e una in particolare si è rafforzata parecchio: tutto sommato un bilancio positivo considerando quanto sia difficile coltivare una qualsiasi relazione per messaggio.
L’altro aspetto che voglio sottolineare è quello riguardante l’atletica, che, trattandosi di uno sport individuale, ho potuto praticare in gruppo ( 🙂 ) anche durante alcuni dei periodi con le restrizioni maggiori: ciò ha in parte sopperito alla solitudine delle lezioni a distanza, permettendomi di non impazzire quando i bip di Webex segnavano l’inizio di una nuova, monotona, noiosa, grigia e fredda giornata. Inoltre, condividere l’autunno e l’inverno quasi esclusivamente con i compagni di allenamento mi ha permesso di rafforzare parecchio i rapporti di amicizia con loro, fatto che probabilmente in una circostanza diversa non si sarebbe verificato.
Riassumendo, dal punto di vista dei rapporti con gli altri poteva andare meglio, ma anche molto peggio. Sicuramente rimpiango di non aver conosciuto dal vivo nuove persone, che ritengo essere uno dei modi migliori per crescere e migliorare; allo stesso tempo, però, condividere parte dello studio e dell’allenamento ha cementificato alcuni rapporti in modo eccezionale.
2) Stare con se stessi
Guardando invece dall’esterno all’interno, fin dall’inizio la solitudine mi ha dato modo di confrontarmi molto di più con me stesso: e più ci provavo più mi accorgevo di quanto fosse difficile, perché, piuttosto che stare in silenzio coi miei pensieri, cercavo di occupare ogni momento in cui non ero soggetto a stimoli esterni con qualcosa a cui prestare attenzione. Per esempio:
- controllando i messaggi appena sveglio
- accendendo la TV ancora prima di iniziare la colazione (nonostante non ci fosse mai un programma decente da guardare)
- guardando video su Youtube durante le pause tra le lezioni
- scrollando Instagram nei momenti liberi
- accendendo la radio in macchina (e pentendomi ogni volta perché sentivo solo canzoni meno piacevoli dei bip di Webex)
Praticamente, piuttosto che passare del tempo con i miei pensieri ero disposto a riempirmi le orecchie e gli occhi di… rumore. Tutto questo mi ha portato ad una singola domanda:
Perché sono così a disagio con il silenzio?
Personalmente, credo che gran parte della responsabilità sia in ciò che ci circonda e che ormai è entrato a far parte della nostra quotidianità: la tecnologia. Ovunque mi giro, infatti, trovo qualcosa che mi impedisce di concentrarmi su me stesso e cerca di attirare la mia attenzione: i social, la tv, i video, la radio, i messaggi, la musica e chi più ne ha più ne metta. E più passa il tempo più mi convinco di quanto questo sia dannoso per me praticamente da ogni punto di vista:
- per la salute
- per la mia crescita come persona
- per la mia ricerca incessante di un po’ di equilibrio
- per la creatività
- per la mia capacità di giudizio e pensiero critico
- per la mia capacità di riflettere
- per costruire un dialogo interiore
- per trarre vantaggio dalla noia
Per questi motivi sto cercando da tempo di non fuggire più dai miei pensieri e di imparare a trovarmi a mio agio con loro, nonostante sia estremamente difficile: i vantaggi che la tecnologia offre sono numerosi e innegabili e questo mi impedisce di liberarmene, ma sono consapevole che finché la ho a disposizione dovrò sempre combattere una certa tentazione. Per questo cerco di darmi degli step un po’ più accessibili da seguire passo dopo passo:
- accendere il telefono il più tardi possibile, ma almeno non prima della prima pausa tra le lezioni (ore 9:15)
- aprire le finestre prima di iniziare la colazione. Questo gesto veloce mi permette di respirare un po’ d‘aria fresca e ricevere luce naturale, quel tanto che basta per ricordarmi che per quanto ci provi su K2 c’è sempre e solo Zig e Sharko
- mantenere disattive le applicazioni di Youtube e Instagram e attivandole solo in determinati momenti (ad esempio al termine dell’ultima lezione) o giornate (ad esempio nel weekend)
- smettere di seguire qualsiasi pagina su Instagram che non sia di una persona che conosco direttamente (specialmente quelle che più mi tenevano incollato allo schermo: NBA1, National Geographic, Chi Ha Paura del Buio)
- cercare di ricordare che prima di trovare una canzone che mi piace alla radio farei in tempo a girare la Terra un paio di volte
- forzarmi tramite una sveglia a spegnere il telefono prima di stendermi a letto
Chiaramente non è facile: la speranza di trovare qualcosa che non sia Zig e Sharko su K2 è dura a morire, così come il pensiero che forse su Instagram o Youtube ci sia qualcosa di davvero interessante2. Tuttavia i benefici che finora ho riscontrato mi spingono a continuare su questa strada: ad esempio, avendo smesso di seguire decine di pagine che postano più volte al giorno (il potere della ripetizione) la home page di Instagram si è svuotata parecchio: seguendo 200 e passa persone (di cui nessun “influencer“), in media trovo solo 2/3 nuovi post al giorno.
Conclusione
Dal punto di vista delle relazioni con gli altri, specialmente la seconda quarantena mi ha messo a dura prova, al punto che se non fosse stato per l’atletica probabilmente ora ne parlerei in modo molto più negativo. Dal punto in vista invece della “relazione con me stesso” (qualunque cosa voglia dire), la pandemia in generale mi ha dato modo di scoprirmi incapace di stare con i miei pensieri, motivo per cui da tempo sto cercando diversi modi per migliorare sotto questo aspetto: sono forse a metà strada, ma intravedo il traguardo ed è una bella sensazione che mi spinge ad andare avanti.
Prima di concludere, ci tengo a precisare che non credo esista un modo esatto di vivere, né intendo criticare nessuno per come gestisce il proprio rapporto coi social o con la tecnologia in generale: non c’è nulla di sbagliato nell’uso di questi mezzi se ci fanno stare bene, ma da tempo mi sono accorto che per me non è più così. Chiaramente però, sono consapevole che quello che funziona per me potrebbe non avere lo stesso effetto sugli altri: per questo il mio invito è quello a sperimentare, in modo da trovare cosa fa più al caso nostro.
Detto questo, mi auguro che tu abbia trovato qualche spunto interessante in questo articolo: il tema della solitudine è piuttosto critico e personalmente è anche difficile parlarne, ma probabilmente condividere la nostra esperienza è allo stesso tempo il miglior antidoto. Per questo ti invito a scrivere nei commenti cosa pensi di questo tema! Spero che l’articolo ti sia piaciuto e come sempre ti do appuntamento domenica prossima alle ore 18:00. A presto!
Note
- Non mi definisco un appassionato di basket (non l’ho neanche mai giocato, a parte durante le ore di ed. fisica); però mi divertivo a rivedere gli highlights delle partite e soprattutto i post con le statistiche dei giocatori in punti, assist, rimbalzi, stoppate e triple
- FOMO è l’acronimo di Fear Of Missing Out, ovvero la paura di perdersi qualcosa quando non siamo costantemente sui social. Questa ci porta a domande tipo le seguenti:
- “E se qualcuno mi ha taggato in una foto?”
- “E se c’è un nuovo post interessante?”
- “E se qualcuno mi ha inviato per messaggio una storia che tra un giorno scade poi cosa gli rispondo?”